L’ANGOLO DEI CORSISTI – Il contributo di Alessandra Ronchi

*Contributo estratto dalla tesi biennale della nostra corsista.

Victor Frankl affermava della necessità di trovare il senso del nostro agire intenzionale. 
Per me è esattamente così.
La ricerca del senso è qualcosa che mi muove e mi “smuove” internamente. Mi piace trovare nuovi significati, sollecitare i bambini a trovare il senso delle loro azioni, dei loro comportamenti e delle loro “scelte”.
Anche Franco Nannetti nel suo Counseling ad orientamento umanistico-esistenziale definisce l’individuo come un creatore attivo di significati: “Il counselling è un ampliamento della capacità di discernimento attraverso la ricerca di nuovi significati e nuove prospettive di senso.”
Ora mi appresto a dare centralità alla ricerca dei significati delle parole e dei linguaggi oltre le parole propri della Psicomotricità e del Counselling e comuni ad esse: due professioni rivolte al benessere, alla scoperta e alla promozione delle potenzialità e risorse personali attraverso la creazione di relazioni vere, congruenti e, quindi, efficaci.
Uno degli elementi base per instaurare una relazione con queste caratteristiche è l’autenticità. Ciò significa che l’atteggiamento di chi aiuta deve riflettere il suo stato interiore: non produce alcun beneficio chi assume atteggiamenti incongrui o, comunque, diversi da ciò che è realmente.
Nella relazione con gli altri tenere una “facciata” che non corrisponde alla realtà interiore, non solo è fuorviante, come vedremo dopo a proposito delle caratteristiche della comunicazione, ma può rivelarsi addirittura controproducente.
La persona che aiuta deve essere in grado di ascoltare se stessa e avere un buon contatto con i propri sentimenti, anche se questi dovessero essere negativi.
E’ proprio l’accettazione del proprio Sé che apre all’autenticità  e permette all’altro di entrare in contatto con se stesso.
La domanda quindi è:  come valuto l’autenticità e come la coniugo con la comunicazione  che è il principale mezzo per la costruzione della relazione?
“Cosa intendiamo per comunicazione?  Quali sono i tre canali della comunicazione interpersonale?  Quali sono gli errori di comunicazione? Come instaurare una relazione efficace?”[1]
Padroneggiare le regole di base della comunicazione è competenza indispensabile per noi professionisti della relazione d’aiuto.
Dobbiamo essere consapevoli che ogni nostro comportamento veicola un messaggio, e che qualsiasi cosa facciamo o non facciamo (consapevolmente o inconsapevolmente), decidiamo o non decidiamo di fare, la stiamo comunicando.

La comunicazione è composta di una parte logica (parole, contenuti, articolazione) e di una parte analogica (paraverbale  e non-verbale): i fenomeni acustici ed articolatori che accompagnano il verbale – tono, ritmo, silenzio, volume, velocità.. – e la gestualità.
Il corpo si esprime suo malgrado e per questo uno sguardo attento ed esperto può cogliere un’infinità di messaggi.
“Esiste un livello sul quale la relazione comunicativa può sempre esprimersi lateralmente alla comunicazione ed essere percepita ugualmente come parte integrante della comunicazione stessa. La parola è solo una delle possibilità.” [2]
I segnali veicolati dal corpo sono indipendenti dalle parole e contribuiscono per il 55% a caratterizzare le caratteristiche del messaggio che si invia (la comunicazione verbale incide per circa il 7%). Il rimanente 38 % è da attribuirsi alla comunicazione paraverbale.
“La maggior parte delle emozioni e dei sentimenti è visibile attraverso il corpo. La comunicazione non verbale non ha una sintassi chiara ma ha un’alta valenza pragmatica, nel senso che influenza in modo rilevante la relazione.
Non sempre il messaggio non verbale è congruente con quello verbale. Anzi talora i due messaggi sono in netta opposizione.
In tal caso si dovrebbe essere propensi a considerare più veritiero il messaggio veicolato attraverso il corpo che quello dichiarato con le parole.” [3]

Watzlawick affermava che quando comunichiamo prima di tutto siamo visti, poi sentiti ed infine compresi.
Come professionisti della relazione d’aiuto dovremo prestare la massima attenzione affinché la nostra comunicazione sia autentica e cioè congruente.
Quando diciamo congruente non facciamo altro che sottolineare l’importanza che la parte logica e quella analogica siano in sintonia: quello che dice il mio corpo deve essere confermato da quello che dicono le mie parole.
Raggiungere questa
congruenza è possibile grazie alle attitudini di base, al lavoro ed alla capacità di auto-ascolto profondo che siamo in grado di attuare.
L’autenticità si realizza nella capacità di prendere un’adeguata coscienza dei propri stati d’animo, viverli ed essere capaci di comunicarli. L’autenticità è sinonimo di trasparenza con se stessi e di libertà interiore di dire all’altro ciò che sentiamo nei suoi confronti.
Il Professionista autentico non assume atteggiamenti diversi da quelli che connotano la sua persona,
manifesta il suo vero sé, ciò che realmente sente e pensa.

L’autenticità si connette alla congruenza che si rifà alla consapevolezza di un adeguato livello di coerenza interna tra emozioni, cognizioni, intenzioni e volizioni, senza che queste debbano operare in modo scisso tra loro. Ciò permette che tra le persone abbia luogo un vero incontro, una relazione  basata sulla fiducia reciproca,  che si sviluppa con l’accettazione, l’empatia, il non giudizio, l’accoglienza dell’altro e l’alleanza.
In qualsiasi relazione interpersonale succede di esprimere giudizi sugli altri, valutandoli in base ai nostri valori, criteri, idee.
Nella relazione d’aiuto questo non deve accadere. Per favorire l’atteggiamento empatico e di accettazione è necessario infatti, rimanere il più possibile neutrali perchè la sensazione di “essere accettati e capiti” facilita l’auto-consapevolezza rispetto al problema e l’apertura verso l’altro.
Il nostro stile nella relazione d’aiuto sarà dunque caratterizzato da:
empatia (capacità di condividere i sentimenti dell’altro, cioè di mettersi “nei suoi panni”), accettazione incondizionata (che significa accettazione dell’altrui  personalità senza pregiudizio o sentimenti di superiorità), di autencità e congruenza (cioè la manifestazione della verità dei sentimenti congruenti al proprio vissuto).
L’
accettazione incondizionata è un sentimento spontaneo, positivo, senza condizioni né pregiudizi, che veicola un sincero interesse per l’altro senza pretendere nulla in cambio. E’ la capacità di accettare una persona permettendole di essere quello che è, anche se è totalmente diversa da noi. La persona che si rapporta a noi avverte tale rispetto e ciò le consente di parlare e di esprimere più liberamente ciò che sente dentro di sé.
L’accettazione incondizionata non va confusa con atteggiamenti lassisti, né con l’accettazione del comportamento.

Accettare in modo incondizionato significa poter dissentire a livello del comportamento senza mai rifiutare la persona.

“L’accettazione incondizionata è espressione della capacità autentica di amare”. Cit. Franco Nannetti
“Prestare attenzione al cliente e al suo racconto, sintonizzarsi su quanto dichiara, incoraggiarlo a continuare a parlare e ad esplorarsi, comunicandogli così che si è interessati a ciò che sta dicendo, serve a sviluppare una relazione di fiducia.”
“Il dialogo presuppone l’
ascolto. Per ascolto non intendiamo il semplice tacere per permettere all’altro di parlare, un “fare a turno nel prendere la parola”. Non si ascolta con le orecchie ma con la mente e con il cuore. L’ascolto è un atto volontario che oltrepassa le parole: esso non si affida al semplice registrare ciò che l’altro dice, ma è solerte cura a trovare tra le “pieghe” del suo discorso e le sue mutevoli espressioni un senso che è apertura ai possibili interrogativi che l’altrui enunciazione evoca.
L’ “ascolto” non è un compito passivo, un semplice mettersi da parte”, un ascolto silente, pigro e ozioso, ma è un
processo attivo nel quale si partecipa mente e cuore per poter comprendere in profondità ciò che l’altro dice e ciò che l’altro è.
Un ascolto silente dove il ricevente si disimpegna dall’offerta di una qualsiasi forma di riconoscimento non rappresenta una forma di ascolto attivo.

Ascoltare attivamente significa immaginare noi stessi nella situazione vissuta dell’altro, concentrarsi, fare domande opportune, intervenire per confrontare punti di vista diversi.
L’ascolto autentico presuppone due fondamentali modalità: ascolto critico e ascolto empatico.
L’ascolto critico è soprattutto centrato sulla decodifica dei messaggi e sul costrutto logico di ciò che l’altro dice per individuare e valutare la razionalità e la coerenza del suo discorso.
L’ascolto empatico, invece, non vuole esplorare la razionalità del discorso dell’altro, ma vuole comprendere le sue motivazioni ed intenzioni sottese. Con l’ascolto empatico ci si mette nei panni dell’altro, ci si pone dal suo punto di vista, si entra nella sua visione della realtà, per cogliere non in modo analitico, ma intuitivo, diretto, immediato, la totalità e l’essenzialità del suo esserci.”

[1] Manuela Fogagnolo in Counseling Italia – La Comunità dei counselor Italiani [2] Antonio Borgogni, Massimo Davi – PERCORSI SGHEMBI  – Società Stampa Sportiva. [3] Franco Nanetti – COUNSELING AD ORIENTAMENTO UMANISTICO-ESISTENZIALE – ed. PENDRAGON