La meditazione esistenziale non è una semplice attività da compiere per distogliersi dal tumulto della vita, per evitare affanni e inquietudini, ma è il perseguire uno stato dell’essere, un diverso modo per ritrovarsi sempre più nella verità delle cose e di se stessi, della propria interiorità, un modo per imparare a mettere in atto conoscenze e azioni che non siano reazioni, e spezzare i meccanismi copionici che stanno alla base del nostro stato di alienazione esistenziale.

La meditazione esistenziale non è un modo per migrare in un luogo di serenità privo di conflitti, fatiche e tensioni, per staccarsi dal mondo e ritirarsi, ma un modo per ritrovarsi ed elevarsi.

Nella pratica meditativa diventando testimoni del nostro intimo accadere, impariamo a trovare uno spazio per crescere in forza e saggezza, per sostare nella gioia e nel dolore, per lasciare andare ciò che è superfluo trattenere.

OSSERVARE È “CONTENERE”

Se mediti ti attribuisci fiducia.

Se mediti puoi comprendere la paura, senza subirla o esserne sopraffatto. .

Se mediti la parte di te che osserva diventa sempre più forte, mentre il bambino che teme ogni cosa si riconcilia con se stesso.

Se c’è un’emozione negativa dentro di te, accoglila, dalle spazio, non opporti ad essa, tra breve ti renderai conto che essa svanirà e così ti troverai in contatto con un sentire profondo che ti porterà a conoscere le cose più giuste che potrai fare in corrispondenza dell’origine dell’emozione negativa iniziale.

Facciamo un esempio.

Se provi odio e rancore verso qualcuno, tutto ciò tenderà a permanere nel tempo bloccandoti in una miriade di problemi relazionali. Mentre se tu accetti l’odio e il rancore con benevolenza, potrai renderti conto del dolore sommerso, potrai accoglierlo, potrai trasformarlo.

Se vuoi affrontare le tue emozioni negative la cura è omeopatica. Impara ad attraversale con amorevolezza.

OSSERVARE SENZA GIUDICARE

Per imparare l’accettazione amorevole occorre superare il giudizio come condanna.

Mentre il giudizio per discernere è utile per un nostro percorso di evoluzione etica, il giudizio che ci consacra alla superiorità o all’inferiorità è nemico dell’amore.

Quando esprimiamo un giudizio sull’altro lo oggettiviamo, lo mettiamo a distanza.

Il giudizio che sanziona od etichetta, è il frutto della nostra arroganza ed ottusità, della nostra tendenza a semplificare e del nostro bisogno di controllare.

Ogni volta che esprimiamo un giudizio ci allontaniamo dalla comprensione dell’altro, sia che questo giudizio venga espresso per aggredire sia che venga formulato per diagnosticare.

Ogni volta che ci oggettiviamo o oggettiviamo l’altro nel giudizio categorizzante ci precludiamo o gli precludiamo la possibilità di comprenderci o di comprendersi.

Ma da dove nasce la tendenza all’oggettivazione? Dalla paura rimossa di non avere il controllo sulla propria vita, su di sé, sull’altro, sul proprio destino, sulla morte reale e simbolica.

Chi tende ad oggettivare teme il fluire delle cose, l’incertezza, il liquefarsi della propria egoicità, rigetta la vita come dispiegarsi nel mistero e nella rivelazione.

Rinunciare a giudicare non significa tuttavia contrastare i nostri giudizi, ma depotenziarli affinché non diventino pregiudizievoli e restino uno sguardo provvisorio sul mondo. Niente di più.

Non posso costringermi a non giudicare, posso invece rimanere critico nei confronti del mio giudicare e non cristallizzarmi nei miei giudizi.

Tutto ciò accade se assumiamo con la meditazione un atteggiamento di gentile osservazione.

LA PRATICA DELL’IMPERMANENZA

Il senso della meditazione si fonda sulla pratica dell’impermanenza.

Impermanenza significa che attimo dopo attimo tutto cambia e nulla rimane lo stesso, e che nonostante questo continuo cambiamento, le cose possono essere descritte precisamente come uguali o diverse da ciò che erano un attimo prima.

“Non ci si bagna mai nello stesso fiume”.

Il fiume non è lo stesso, ma non è nemmeno un altro.

L’impermanenza rende possibile ogni cosa.

Se un chicco di grano non fosse impermanente, non potremmo mai avere la spiga che mangiamo.

L’impermanenza trasforma le nostre emozioni.

Quando ci arrabbiamo siamo soliti agire, protestare, imprecare, ma se ci concentriamo a rappresentarci per quello che saremo tra qualche anno, la rabbia svanisce.

Ogni volta che stiamo troppo in contatto con la rabbia, è perché siamo distanti dalla percezione dell’impermanenza, del tutto fluire, del “grande gioco della vita”.

 

VIVERE IL MOMENTO PRESENTE

Per vivere il presente occorre mantenere un contatto costante con il tuo sentire, occorre che impari ad assaporare la vita, ad accettare quello che accade come un’occasione straordinaria e indispensabile per “afferrare” ciò che è necessario “ancora apprendere”.

Se ti alzi al mattino e fai una passeggiata, assapora il sole che ti scalda e l’aria pura che respiri, lasciati assorbire dalla bellezza che ti circonda, sii cosciente di ogni cosa, sii anche consapevole dei sentimenti che emergono e delle immagini che ti accompagnano.

Fai attenzione mentre respiri.

Se dentro di te c’è rabbia, tristezza e senso di solitudine, quando ti connetti all’ispirazione e all’espirazione puoi entrare in contatto con quei sentimenti senza rimanerne prigioniero.

Il respiro consapevole è il sostentamento necessario per coltivare la consapevolezza.

Come afferma il grande maestro zen, poeta e costruttore di pace, Thich Nhat Hanh: “Se mediti sei a casa (…) puoi prenderti cura della tua dimora. Tante volte ti sei distratto, ti sei lasciato assorbire dal caos, ma ora puoi ricollegarti a te stesso. Vivi il momento presente. Impara a fermarti.

La guarigione è possibile. La gioia è possibile.

Se ti senti perso, inquieto se non disperato, non preoccuparti, pratica il respiro consapevole”.

(…)

“Un giorno -scrive Thich Nhat Hanh, fondatore della comunità di pratiche meditative di Plum Village, – mi trovavo in Corea in procinto di condurre una camminata consapevole lungo le strade di Seul.

Molte persone erano venute ad unirsi a noi.

Tanti fotografi e giornalisti stipati spalla contro spalla rendevano impossibile il cominciare.

Allora dissi: “Caro Buddha io mi arrendo. Ti prego, cammina tu per me”.

Feci un passo.

Subito un sentiero mi si spalancò dinnanzi.

Dopo quell’esperienza ho scritto alcuni versi.

Mi hanno aiutato. Spero che aiutino anche te:

“Lascia che respiri il Buddha

Lascia che cammini il Buddha

Io non devo respirare

Io non devo camminare

Il Buddha sta respirando

Il Buddha sta camminando

Mi godo il respirare

Mi godo il camminare

C’è soltanto il respirare

C’è soltanto il camminare

Non c’è nessuno che respira

Non c’è nessuno che cammina”

Prof. Franco Nanetti

Docente presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, Direttore e Coordinatore didattico del Master di I livello post-lauream in “Counseling and coaching skill” e di II livello in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore di Counseling professionale e del Master Internazionale in Psicologia transpersonale.

Da tempo i suoi studi si sono focalizzati sull’approfondimento di tematiche inerenti un’integrazione tra psicologia e spiritualità, nella ricerca di una comprensione degli stati evolutivi della coscienza e di percorsi di guarigione profonda. E’ autore di numerosi libri pubblicati con Case Editrici di fama nazionale ed internazionale.

Tra i più recenti in particolare sul tema segnaliamo: Psicologia e spiritualità (2012), Il risveglio della coscienza (2012), Laboratori di consapevolezza (2013), Psicosomatica spirituale (2016), La mente che cura (2017), Grammatica del cambiamento (2017). Il saggio “Superare i momenti di crisi” è stato tradotto e diffuso in paesi stranieri. Ha pubblicato la voce “Counseling” nel “Dizionario Internazionale di Psicoterapia” Alessandro Salvini e Giorgio Nardone Garzanti, Milano, 2013.

Ha lavorato come opinion leader per numerose emittenti televisive, per riviste specialistiche e quotidiani nazionali.